Coraggio.

“È la nostra luce, non la nostra ombra, quella che ci spaventa di più.”

M. Williamson

Mettersi in gioco quando si tratta di sofferenza è difficile. 

Guardare in faccia le nostre ombre, le nostre fragilità ci spaventa, ci fa essere traballanti sul da farsi, spesso in un misto di vergogna e paura.

Ma anche mettersi in gioco quando si tratta di vedere la nostra luce, la nostra forza, le nostre risorse, a volte, richiede grande coraggio.

Spesso ci concentriamo per talmente tanto tempo su quello che non funziona, da fare fatica a riconoscere ciò che invece non ha mai smesso di funzionare, le capacità che non abbiamo mai smesso di avere, le persone che non hanno mai smesso di essere presenti nella nostra vita.

Perchè anche questo è terapia: darci la possibilità di ammirare la nostra bellezza, iniziando a prendere consapevolezza sul fatto che non ci sia nulla di illuminato nel pensare male di noi stessi.

Tirare su il telefono per chiedere aiuto richiede una buona dose di consapevolezza e coraggio, ed è già di per sè, il primo atto terapeutico che facciamo per noi stessi.

Ma gli atti di coraggio non si esauriscono così, e non si esauriscono nemmeno con il tempo della seduta. Li portiamo con noi ad ogni ragionamento, ad ogni tentativo di metterci in gioco. Ogni volta che decidiamo di percorrere una strada nuova, che sia per un metro o per una vita intera, facendo ben attenzione a non confondere il coraggio con la mancanza di paura, che fa parte di noi e che come tale, va accolta.

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