It takes a village – Alessandra Arpi.

Quattro domande sulla sessualità.

Chi sei? Cosa fai? E perché hai scelto di farlo?

Sono Alessandra Arpi e di mestiere penso e scrivo cose per il digitale: la parola più giusta sarebbe designer di parole. Ho scelto di farlo perché le parole fanno fare cose, non le fanno fare, ci guidano in tutto quello che facciamo, in come pensiamo. E se le rendiamo più comprensibili, accessibili e chiunque e umane, tutte le persone vivono meglio.

Quando pensi alla sessualità legata al tuo lavoro, cosa ti viene in mente?

Che la sessualità è parte enorme delle persone, nel senso più spontaneo e “naturale” del termine. E per questo è scoperta, creatività, scoperta di sé e delle altre persone, comunicazione, consapevolezza dei limiti e delle libertà. Che è un modo con cui le persone si esprimono, e di cui ha senso avere un’educazione, una discussione, un dialogo aperto.

Qual è la sfida più grande che hai dovuto affrontare sul tema?

Nel pratico, come penso in tutti i lavori, il fatto che la sessualità in senso ampio (quindi anche il genere, gli orientamenti) sia ancora oggetto di disparità, disuguaglianza, tabù, paure. Il sesso ha molto a che fare con il potere, e questo si rispecchia ovunque nella società, quindi anche nel lavoro.

Nell’ambito del tuo lavoro, che accortezza ti sentiresti di suggerire per il benessere sessuale di ognun* di noi?

Contando che con le parole ci lavoro, di usarle per comunicare meglio bisogni e desideri, limiti e disagi. L’accortezza di scegliere le parole giuste per farlo, e per chiedere alle altre persone di fare lo stesso con noi. 

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