It takes a village – Elisabetta Vaira.

Quattro domande sulla sessualità.

Chi sei? Cosa fai? E perché hai scelto di farlo?

Sono Elisabetta Vaira, psicologa e psicoterapeuta a orientamento analitico junghiano. Mi sono laureata all’università di Torino e faccio parte di quella categoria di fortunatissime persone che da sempre sapevano qual era il lavoro dei propri sogni, nel mio caso: la psicoterapeuta.  La mia vocazione è arrivata presto, avevo circa 10 anni quando mi avevano avvertito che esisteva un posto all’università dove “si studiava come mai le persone si comportassero in certi modi e che cosa gli passava per la testa”. Successivamente la pietra grezza di quell’illuminazione si è raffinata, intorno al quinto anno di superiori ho compreso che il dono della mia sensibilità doveva essere messo a disposizione del mondo, la persona smarrita nei suoi labirinti necessitava del filo per poter ritrovare la strada. Mi occupo di tessere quel filo, di allungarlo, di snodarlo, di stare insieme nel dolore senza senso, per ridargli un senso, di svelare la trama che ci annoda, senza sapere come ci si è intrappolati. 

 

Quando pensi alla sessualità legata al tuo lavoro, cosa ti viene in mente? 

Come psicoterapeuta, la cui pratica clinica si dispiega principalmente in studio, la sessualità è un argomento che frequento spesso, ma purtroppo non abbastanza. Infatti, questo ambito meriterebbe sicuramente un diritto di cittadinanza maggiore, ma essendo permeato di tabù – la paura del giudizio, la scarsa informazione, la vergogna (solo per citarne alcuni) –  si viene a creare un meccanismo che vede questo campo come di serie B, “come se non fosse lì il problema”. Questo, naturalmente,  ritarda un dialogo necessario che porterebbe l’individuo ad avvicinarsi al tema del piacere, della relazione e quindi della salute, in una tempistica più adeguata e con risultati differenti. La sessualità è una cartina tornasole di innumerevoli dinamiche che abitano l’individuo e fa parte di una spinta primaria, che ci tengo a precisare non è solo riproduttiva, che è foriera di molti disagi se non adeguatamente ascoltata, incanalata, interrogata e compresa. 

 

Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare su questo tema?

La sfida più grande che ho affrontato su questo tema credo sia stato (ma è ancora in corso, non si finisce mai) elaborare ed accettare una parte di mistero che riguarda la sessualità.  Intendiamoci: molto andrebbe approfondito, ricercato e studiato con uno sguardo più spoglio dai paradigmi che finora hanno governato le ricerche. In questo mi riferisco soprattutto alla sessualità femminile, troppo medicalizzata e studiata all’interno di un positivismo che nasce in un contesto troppo maschile e unidirezionale. Ma accanto a questa lacuna enorme e alla difficoltà di dialogo fra i professionisti della salute, spesso mi sono trovata ad avere più domande che risposte. Questa è una posizione scomoda che da una parte garantisce l’urgenza di non fermarsi mai nel comprendere meglio che cosa ci attraversa quando si parla di sessualità, dall’altra è un bagno di umiltà che “i soggetti supposti a sapere” non si somministrano volentieri. Se mi discosto dal professionale per approdare sul personale, credo che la sfida più grande sia stato accettare il cambiamento, che i gusti nella vita cambiano, che qualcosa che non pensavi ti suscitasse appetito, invece nel tempo può farlo, che non muta solo il contenuto, ma anche l’intesità, la durata e l’energia.

  

Nell’ambito del tuo lavoro, che accortezza ti sentiresti di suggerire per il benessere sessuale di ognun* di noi?

Ascoltare, osservare, astenersi dal giudizio e dall’azione ad ogni costo volta a confermare chi siamo, cosa ci piace o dovrebbe piacerci. Questo può essere un distillato di buona prassi di salute che va oltre alla sessualità, ma come abbiamo detto, spesso questa è una cartina tornasole di innumerevoli dinamiche relazionali. Suggerisco, inoltre, di ritagliarsi dello spazio e del tempo al di fuori della vita che troppo spesso ci rapisce con i suoi ritmi e i suoi doveri, di attirare a sé tutto il coraggio che ogni nostra singola cellula possiede per affrontare l’ignoto e il vuoto, rimanendo fiduciosi che ogni creazione può nascere solo dal caos.

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